
Mòcheni e Ladini
Il "Klezmer" del profondo nord alpino
Ha scritto Moni Ovadia che incontrare la musica klezmer è come "essere travolti da un convoglio di mezzi pesanti carichi di emozioni, sentimenti, rigurgiti di appartenenza, epilessie di tutte le anime a cui i miei avi si sono affidati senza perdere quella ebraica". Anche noi siamo stati ammaliati da questo incontro, cercando nel contempo echi e denominatori comuni per "emozioni, sentimenti, rigurgiti di appartenenza" alle quattro minoranze protagoniste di questo CD: due trentine (ladini e mòcheni), e due "europee" (ebrei e zingari). Abbiamo già ricordato alcuni di questi denominatori. L'elemento linguistico (minoritario e di tradizione orale), a partire dal mòcheno che - come l'yiddish - conserva a tutt'oggi una chiara impronta del tedesco mediovale e arcaico. La comune appartenenza che legava un tempo queste minoranze ad una stessa area culturale, molto variegata ma per certi aspetti omogenea, individuabile grosso modo nell'impero austro-ungarico. Lo stretto rapporto fra vita musicale tradizionale - sia mòchena che ladina - ed emigrazione stagionale specializzata, in particolare come venditori ambulanti e musicisti; professioni diventate obtorto collo tipiche anche degli ebrei fin dall'età medioevale. Significative anche le analogie fra i klezmorin (diventati una sorta di "ambasciatori culturali", traghettatori di stilemi musicali tipici di culture altre) ed i krumern mòcheni. Oltre alla funzione economica i Krumern erano infatti caratterizzati anche da una funzione culturale, rappresentando un tramite e un mezzo di comunicazione fra l’universo ristretto del maso e “il vasto mondo” europeo. La buona fama che godevano un pò' dappertutto significava spesso per i Krumern un’ospitalità che consentiva loro di partecipare anche agli intrattenimenti delle lunghe serate invernali nelle Stube o nei Filò, con relativo interscambio di notizie, racconti, canzoni e danze. I nomi stessi delle danze mòchene conservano ancor'oggi richiami fantasiosi a questi "soggiorni" in mezza Europa: Barisch, Steirisch, Schwedese, Tchicago. A questo proposito rimane fondamentale a tutt'oggi la ricerca sulle danze mòchene che i due studiosi tedeschi Jörg Bayr e Norbert Wallner hanno effettuato "sul campo" nel periodo a cavallo fra le sue guerre. All'epoca la tensione e l’interesse politico-nazionale sulla questione delle "oasi o isole linguistiche" tedesche nel Trentino ha fatto registrare un’ulteriore fase, passando dalla componente nostalgica per la dissoluzione del vecchio impero asburgico al più ampio movimento pangermanico legato alle vicende del nazionalsocialismo. La ricerca (prima edizione 1937) è stata ristampata nel 1960 in collaborazione con l’Auftrag des Arbeitskreises für Tanz im Bundesgebiet: si tratta del quaderno n. 36 delle Deutsche Volkstänze, che porta il titolo Südtiroler Volkstänze aus dem Fersental. Fin dalle righe iniziali Bayr e Wallner annotano: "In questa appartata valle montana, i poveri ma felici tedeschi hanno conservato una notevole quantità di danze che i venditori ambulanti avevano portato al ritorno dai loro viaggi nel territorio sudtirolese". Il proposito dei due ricercatori era appunto quello di documentare il repertorio coreutico mòcheno come testimonianza della piena appartenenza alla cultura tirolese e dunque alla "vera tradizione tedesca". Di ogni ballo viene riportata la trascrizione musicale del profilo melodico ed una breve descrizione coreutica, con le varianti raccolte nelle diverse località della valle. Un sintetico ma efficace apparato critico collega le singole danze al più ampio contesto della letteratura specifica germanofona. Nonostante i limiti e i condizionamenti dell’epoca, lo studio di Bayr e Wallner rappresenta comunque il primo - e finora unico - rilevamento scientifico-sistematico in ambito etnocoreutico effettuato in Trentino, a tutt'oggi di grande attualità, anche se non ancora tradotto. La comunità mòchena ha saputo dal canto suo conservare fino ai nostri giorni l'intero patrimonio di danze popolari documentato da Bayr e Wallner. Oggi, come allora, viene eseguito con uno strumento "tipico": l'organetto diatonico, chiamato rèta, ma definito anche gaig (violino). Questo vecchio termine, rimasto in uso solamente nella memoria dei suonatori più anziani, potrebbe sostenere una nostra ipotesi sull'originaria configurazione del repertorio mòcheno. L'invenzione della fisarmonica infatti è relativamente recente, risalendo come è noto ai primi decenni dell'Ottocento; è dunque probabile che - in epoca precedente - anche il repertorio mòcheno (come ad esempio quello del carnevale di Bagolino-Ponte Caffaro) venisse eseguito con il gaig il violino. Proprio per questo motivo abbiamo provato ad eseguire la prima parte di alcune danze tradizionali mòchene come la Barisch, Tchicago, Neukatholisch, Schuliä, con un vecchio gaiger trio (violino, bassetto, chitarra), sul modello di una sua presumibile esistenza in valle, documentata anche da fonti iconografiche. La seconda parte viene eseguita assieme al nostro "ospite" Walter Oss, giovane virtuoso mòcheno di rèta, anche per favorirne i raffronti l'attualità. Il risultato sembrerebbe confermare in pieno la nostra ipotesi.
Oltre al repertorio mòcheno, proponiamo nel CD anche una testimonianza dell'altra comunità etnico-linguistica del Trentino orientale: quella ladina di Fassa. Le fonti in questo caso fanno riferimento alla Gartnersammlung, una vasta raccolta etnomusicologica promossa a Vienna nel 1904, con il pieno sostegno del Ministero della cultura austro-ungarico. La ricerca riguardava i repertori dei vari gruppi etnico-linguistici dell'impero, dai ruteni ai moravi, dai serbo-croati ai magiari, dai tirolesi ai ladini; erano compresi anche i ladini di Fassa per i quali venne fondata ad Innsbruck un'apposita Commissione di lavoro per la canzone popolare ladina, guidata dal glottologo Theodor Gartner (tesi di laurea sul dialetto della Val Rendena). Fra i circa 200 documenti riguardanti la Val di Fassa abbiamo scelto il Bal fascian che era in sostanza l'intermezzo strumentale della Buona sera agli sposi, un canto tradizionale di nozze ancora in uso in Val di Fassa. Il brano è in 6/8, analogamente ad alcune fra le 21 danze trentine documentate dalla ricerca Sonnleithner (1819) e conservate a Vienna, nel XXI fascicolo dell'omonima raccolta. Le melodie di queste danze sembrerebbero di destinazione violinistica, e presentano significative analogie con il repertorio violinistico tradizionale di Bagolino-Ponte Caffaro. Per questo abbiamo preparato un arrangiamento particolare del Bal fascian, agganciandolo ad un celebre brano del carnevale tradizionale bagosso: Mascherina.
Romania, Ungheria, Transilvania, Bessarabia
Nell'inverno del 1975 sono arrivato a Budapest, in Ungheria, con una borsa di studio per studiare il sistema Kodaly di educazione musicale. All'epoca i miei interessi musicali andavano dal jazz alla musica colta, ignorando quasi del tutto la musica etnica. Nel corso di una visita programmata ad un asilo della capitale, per seguire una "lezione" ai bambini con musica tradizionale, ho incontrato il trio di Sebö Ferenc, allora giovane architetto disoccupato, suonatore di viola e di ghironda, fortemente impegnato nella riscoperta-riproposta dell'identità musicale tradizionale magiara (oggi accademico delle scienze). È stata la classica "folgorazione" sulla via di Damasco. Durante i sei mesi di permanenza a Budapest, ho potuto incontrare gli altri protagonisti del movimento Tanc haz (case di danza) che intendeva portare nel contesto urbano-metropolitano la tradizione contadina transilvana delle "case di danza", tenute vuote tutto l'anno ed aperte solamente per le danze in occasione di matrimoni, funerali, festività patronali etc.. Ho incontrato così l'allora giovanissima e sconosciuta Marta Sebestén, oggi famosa per sua partecipazione alla colonna sonora del film premio oscar Il paziente inglese, ed altri straordinari musicisti (ancor oggi sconosciuti al grande pubblico) come i Muzsikas, i Kolinda, ed in seguito i Visöntö (il cui violinista Janosh Hasur è oggi colonna della Theater orchestra di Moni Ovadia). Una "folgorazione" destinata a lasciare tracce indelebili non solo sulla mia successiva attività di etnomusicologo e filmaker, ma anche di musicista dilettante, dopo un'onda lunga di circa un ventennio arrivata con la fondazione del gruppo Destrani Taraf. Nello stesso inverno 1975, con Sebö Ferenc ed il suo inseparabile violinista Bèla Halmos, ho partecipato anche ad una "visita lampo" in Romania, a Méhkerék, una manciata di chilometri al di là del confine, per una indimenticabile notte delirante con tutti i suonatori-ballerini del circondario, guidati dal leggendario anziano violinista Kovàcs Tivadar. All'epoca i miei amici ungheresi seguivano con il cuore in gola le tragiche vicende dei "fratelli" transilvani, perseguitati dal folle regime di Ceausescu, che anche con le ruspe voleva cancellare ogni traccia di cultura ungherese. Strano destino quello della Romania, da sempre madre di un patrimonio culturale estremamente variegato, frutto degli scambi difficili, ma non per questo meno intensi, tra rumeni, ungheresi, zingari ed ebrei. Lo stesso Bartok è nato in un piccolo centro rumeno transilvano, a pochi chilometri dal confine: Nagyszentmiklòs per la toponomastica ungherese, Sinnicolau Mare per quella rumena. Oggi la Romania viene considerata per molti versi la vera culla della musica klezmer. Per questo abbiamo pensato di chiamare il nostro gruppo Destràni Taràf: Destràni in dialetto trentino significa nostalgia mentre Taràf è il termine rumeno per indicare l'orchestra, specialmente quella tzigana. Attingendo ai grandi "giacimenti" della musica tradizionale rumena, magiara, bessarabica e più in generale balcanica proponiamo nel nostro CD alcune forme musicali che Klezmorine tzigani hanno saputo adattare alla propria sensibilità, traghettandole fino ai nostri giorni, superando confini, pregiudizi, tragedie. La hora ad esempio, nostalgica e solenne, suonata normalmente a tempo lento (ternario), per invitare l'esecutore ad abbelimenti virtuositici. La doina , definita il "bleus europeo" e lungamente studiata da Bela Bartòk: una delle forme musicali più caratteristiche del folklore rumeno. La Doina rumena è una delle composizioni più note di questo genere, che noi riproponiamo accanto a cavalli di battaglia di tutti i gruppi klezmer di ieri e di oggi come ad esempio Dire gelt, Lebedik, Long live nigun, Kolomeke, Der Yid in Yerusholaym. Una doina particolare, Fihren di mechutonim aheym, veniva eseguita esclusivamente nel riaccompagnare a casa i genitori degli sposi: il dolore per il distacco dai figli, veniva sublimato nelle note struggenti di questa melodia, anch'essa di origine rumena. In Romania sono ritornato nel 1999, assieme al Destrani Taraf appena fondato: una specie di pellegrinaggio profano nella zona dei celebri monasteri affrescati della Bucovina, considerati la Cappella Sistina dell'est, e da poco tempo rientrati sotto la tutela dell`UNESCO come patrimonio dell'umanità. Appena arrivati a Cumpulung Moldovenesc, ci è capitato di incontrare un gruppo di suonatori tradizionali, con i quali è nato un rapporto di amicizia profondo e progressivo, consolidato attraverso indimenticabili "battaglie" musicali. Abbiamo pensato di riportarne all'interno del CD almeno due episodi: la Hora Campulungului e la straordinaria ballata Barbu lautaru, eseguita in un babelico registro linguistico sinto-bessarabico dall'anziano zingaro Petru Zaim, con il suo inseparabile tsambal, devastato dai segni indelebili di baraonde bibliche in mezza Transilvania.