soglia il libretto

 

Ben strana cosa, i confini! Servono a separare e a contenere: altre storie, altre vite, altri popoli, altra musica... Ma cosa succede se i confini si rompono e altri universi calcano le strade delle nostre città? Come affrontare l'Altro che bussa alle nostre porte? Come trattare le minoranze (lontane) che diventano presenze (vicine e quotidiane)? Un esercizio di ascolto ci compete, quasi una sorta di grande canone inverso. Eravamo emigranti, siamo diventati ospitanti. Volevamo esportare il nostro pensiero, dobbiamo fare i conti con il loro. Loro sanno tutto di noi, noi conosciamo poco di loro. Ecco la ragione del formarsi di "strani confini" che ormai passano dentro le nostre vite e più che separare e distinguere, sfiorano, penetrano, interrogano. Siamo sfidati a capire la loro identità (e le loro ragioni) e di conseguenza a ripensare la nostra Identità (e le nostre ragioni). Il filo sottile della musica si svolge lungo antichi e nuovi confini, per poi abbandonare i sentieri conosciuti e farci ascoltare il suono della vita, allegra e malinconica nel contempo, specchio di tanti universi che ormai attraversano e popolano il nostro mondo quotidiano.
Nadio Delai
de... STRANI CONFINI

Ancora un gioco di parole. Il titolo del nostro primo CD MINORdANZE giocava con tre: minoranze, danze, minori. Le minoranze alle quali era dedicato ed ispirato (ebrei, zingari, mòcheni e ladini) potevano sembrare a prima vista molto lontane e diverse fra loro, anche se - dopo una riflessione più attenta, soprattutto attraverso la chiave di lettura della musica popolare - lasciavano trasparire significative analogie, legate in particolare al comune destino di emigrazione ed esilio, nomadismo e diaspore, contaminazioni reciproche. Soprattutto i vari destini di emigrazione (stagionale per far fronte a povertà e disagi, improvvisa e tragica per fuggire da pogrom e persecuzioni, tradizionale come stile e scelta di vita) hanno portato spesso queste minoranze "oltre i confini", intesi sia come confini storico-geografici, ma anche linguistici, religiosi, culturali più in generale.

Confini. Gli ebrei della diaspora ashkenazita si sono spostati attraverso confini territoriali, linguistici e culturali di tre imperi (austro-ungarico, zarista, ottomano), condividendo più volte il destino degli zingari; non a caso sono due comunità che nel tempo hanno saputo creare un sodalizio umano-musicale fra i più tenaci e prolifici dell'Europa sud-orientale. Un'area geografica, questa, a tutt'oggi per noi ancora molto lontana e "diversa" (nonostante la caduta del muro di Berlino, che sta ridisegnando rapida mente i confini dell'intera comunità europea), ma che solamente per una generazione precedente rientrava nei "confini comuni" dell'impero austro-ungarico, del quale - è bene ricordarlo - il Trentino faceva parte assieme alla Galizia, alla Bucovina, alla Transilvania, ecc. Un'area all'interno della quale i nostri nonni si muovevano spesso, per motivi di lavoro, di servizio militare, di emigrazione stagionale, di scelte di vita. Un'area di antichi incontri, di antiche convivenze, di antiche sovrapposizioni etniche e linguistiche; certo anche di antichi scontri, ma forse proprio a questadisomogeneità storica si deve la ricchezza e la complessità della sua cultura.

Senale. Una testimonianza significativa - anche se flebile e ormai dimenticata - di queste antiche convivenze è rintracciabile nel santuario Unsere liebe Frau in Wald a Senale in alta Val di Non, situato proprio sul confine naturale fra il mondo germanofono e quello latino. Forse proprio per questo, in epoca remota, Senale è stato scelto dagli zingari per il tradizionale appuntamento di ferragosto con la loro Madonna: una statua in legno (scolpita, si diceva, in Val Gardena), rappresentata con fattezze e vesti zingaresche. Venivano da tutta Europa, con le loro carovane, i violini, i vestiti sgargianti, gli ori, i falò. Il grande raduno, con intensi momenti di festa, costituiva un appuntamento religioso irrinunciabile dove venivano celebrati matrimoni, prime comunioni e cresime. La tradizione è rimasta viva - nelle pieghe della storia - fino a circa quarant'anni fa, quando, per una serie di motivi, è scomparsa definitivamente nell'oblio.

Trentino. Anche in questo senso il Trentino è "terra di confine". Attraverso le sue montagne passano proprio le due grandi frontiere culturali dell'Europa, che separano l'area mediterranea dalle culture nordiche transalpine. La sua collocazione geografica e le particolari vicende che ne hanno segnato la storia hanno consolidato nel tempo una vocazione di cerniera fra civiltà e popoli diversi. La presenza delle isole etnico-linguistiche ladina e tedesca evidenzia ulteriormente il ruolo interetnico di questa "terra di confine", tendenzialmente rivolta all'incontro fra nord e sud, ma anche fra est ed ovest. De... STRANI CONFINI. Il nostro secondo CD prosegue dunque all'interno del quadro di riferimento generale che ha ispirato MINORdANZE, con un altro gioco di parole che vorrebbe anche proporre un'ulteriore, significativa riflessione proprio sul concetto di "confine", in questo caso anche musicale. Segnatamente, la nostra attenzione si è rivolta a due importanti compositori di fine Ottocento (Satie e Bartók), che hanno lavorato a lungo per superare i "confini" fra musica colta e musica popolare. Il caso più significativo è quello di Béla Bartók, il grande compositore ungherese che, a ben guardare, di confini nel corso della sua vita ne ha passati davvero tanti, a partire dal suo luogo di nascita. Di antica famiglia ebraica, è nato infatti in un piccolo paese ungherese che all'epoca si chiamava Nagyzentmiklos (il 24 marzo 1881); oggi - dopo la ridefinizione dei confini in seguito alla Grande Guerra - questo paese si trova in Romania, con il toponimo rumeno Sinnicolaul Mare, a pochi chilometri dagli attuali confini con l'Ungheria.

Bartók. Gli interessi per la musica popolare hanno portato Béla Bartók a varcare più volte "strani confini": non soltanto geografici (come le sue prime escursioni giovanili in Algeria ed in Anatolia alla ricerca delle fonti arcaiche della musica popolare), ma anche culturali, superando gli steccati di "integralismi" ideologici e professionali (le sue collaborazioni con musicologi romeni e slovacchi, di area danubiana e balcanica), sopportando l'ostilità dei colleghi di conservatorio, sfatando molteplici stereotipi attraverso i quali la musica colta guardava con sufficienza quella popolare. Esemplare a questo proposito il suo celebre saggio sul "ritmo bulgaro", dove capovolge letteralmente le posizioni dei musicologi classici, che consideravano ottusamente (proprio per la mancanza di studi adeguati e ricerche "sul campo") l'asimmetria dei ritmi tradizionali, bollandola come "cervellotica", "zoppicante", del tutto "innaturale". Confini anche legati purtroppo ad eventi tragici, come la frontiera americana che ha dovuto varcare nel 1940, per sfuggire alle persecuzioni naziste, e che non è più riuscito a "rivarcare", morendo di leucemia a New York il 26 settembre 1945 (in miseria, al punto tale che le spese dei funerali furono sostenute dall'ASCAP, la società americana per i diritti d'autore).

Danze rumene. Di Bartók abbiamo scelto le Danze popolari rumene per diversi motivi. La nostra orchestra si chiama Destràni, che in dialetto trentino significa nostalgia. Ebbene proprio la "nostalgia" costituiva un elemento importante per la personalità musicale di Bartók, alla base di quell'immenso lavoro di studio e documentazione sulla musica popolare, effettuato "sul campo" fra il 1909 ed il 1913, che lo ha portato - attraverso diversi viaggi di ricerca - a visitare villaggi rumeni, ungheresi, slovacchi, ruteni, turchi ed arabi. Bartók era convinto che l'imminente guerra mondiale avrebbe distrutto irrimedialmente quel grande "giacimento" culturale rappresentato dalla musica tradizionale dell'Europa centroorientale, che andava dunque studiata e documentata. Il rispetto e lo studio per quello che egli riteneva un'arte ormai perduta ha portato il grande compositore ungherese a raccogliere quasi 30.000 documenti di questo "sterminato" patrimonio etnofonico, che in un secondo momento ha in parte rielaborato e orchestrato. Rientrano in questo contesto le Danze popolari rumene scritte proprio nei primi anni di guerra (nel 1915 la versione per pianoforte, mentre quella per orchestra è del 1917); Bartók trae ispirazione in questo caso da "ricordi freschi" di ricerca, individuando sette danze tradizionali transilvane, rielaborandole e trasformandole in una partitura di grande intensità e suggestione. Ispirati ed ammirati dal lavoro di Bartók, abbiamo provato a fare il percorso inverso: tentare cioè di riportare queste sette danze tradizionali da una partitura sofisticata ed estremamente raffinata, ad un contesto "popolare" di un'orchestra klezmer come la nostra (attraverso un prezioso lavoro di adattamento della partitura, elaborato dal maestro Davide Lorenzato); un'orchestra ipoteticamente vicina a quelle formazioni popolari di klezmorim, che lo stesso Bartók ha sicuramente incontrato nel corso delle sue ricerche "sul campo". È forse opportuno ricordare a questo proposito come l'ambito territoriale dove Bartók ha condotto queste ricerche coincida in gran parte con quello dov'è storicamente documentata la musica klezmer. Si pensi ad esempio al Maramures, la regione della Transilvania alla quale Bartók era particolarmente interessato e legato: ebbene in quest'area la "minoranza" ebraica (oggi del tutto estinta) raggiungeva all'epoca, in alcune città, anche il 60, 70% della popolazione complessiva.

Klezmer. Denominatore comune anche di questo secondo CD rimane dunque il Klezmer, la musica popolare degli ebrei ashkenaziti dell'Europa centroorientale, che ha saputo tramandare fino ai nostri giorni quella straordinaria contaminazione di stilemi repertoriali propri dei grandi "giacimenti" musicali tradizionali (rumeni, polacchi, russi, ucraini, magiari e balcanici), nonostante le vicissitudini sofferte da questa minoranza per l'ostilità di imperatori, papi e zar, fino all'immensa tragedia della Shoah. Tragedia che ha unito ancora una volta il destino degli ebrei a quello degli zingari (caduti in più di quattromila nella follia sterminatrice nazista). Klezmorim e musicisti tzigani sono tradizionalmente accomunati da questa prassi musicale che qualcuno ha felicemente definito come «disperatamente gioiosa», secondo la quale «basta cambiare una nota e la felicità diventa disperazione». A questo contesto repertoriale fanno riferimento i brani Einladung tsum Tants, Lebedik, Cintek de dragoste, Suite Bessarabia. In particolare, sempre in questo contesto abbiamo trovato una melodia klezmer singolare, che porta il titolo Di silberne Khasene. Singolare perché presenta interessanti e significative analogie con il profilo melodico di un celebre canto popolare italiano della resistenza partigiana, Bella ciao, entrato anche nel repertorio delle mondine; canto che a sua volta deriva da un'antica ballata (una fra le le più conosciute e diffuse nel nostro Paese, in vari filoni e varianti, che Costantino Nigra ha riunito sotto il titolo comune di Fior di Tomba). All'avventuroso viaggio di questo canto attraverso "strani confini", abbiamo dedicato un arrangiamento "destràno", che riunisce le due versioni rispettivamente di Bella ciao e Di silberne Khasene

Film. Un discorso particolare riguarda infine i due brani In viaggio e Daniova mama utilizzati per la colonna del film Il guardiano dei segni (produzione Rai, sede di Trento, per la regia di chi scrive), che vede protagonista Gianluigi Rocca, autore - non a caso - della copertina di questo CD. Il leit motiv principale del film è Fihren di mechutonim aheym (pubblicato nel CD precedente MINORdANZE), uno struggente brano klezmer che veniva eseguito tradizionalmente nel riaccompagnare a casa i genitori degli sposi, alleviando così il loro dolore per il distacco dai figli. E "galeotto" - per la decisione definitiva di iniziare le riprese - fu proprio l'ascolto di questo brano, che di colpo ha ricordato al protagonista Gianluigi Rocca quella famiglia di zingari musicisti (la famiglia del suo primo grande amore gitano), con la quale ha condiviso un periodo intenso e decisivo della sua vita. Partendo proprio da questo episodio, il film racconta le scelte artistiche ed esistenziali di Rocca (artista, malgaro, poeta, etnografo), a cavallo tra il suo insegnamento presso l'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, e gli alpeggi dell'alta Val Rendena, dove lavora come casaro e guardiano delle vacche.

Bulgaria. Strani, o forse "destràni" destini si sono incrociati durante le riprese di questo film: destini che riguardano anche questo CD. In particolare è stato proprio il giorno dell'inaugurazione del Museo della malga a Caderzone (un vecchio sogno del Rocca, finalmente realizzato) che Corrado Bungaro ha incontrato - casualmente, per strada - la straordinaria fisarmonica di Aleksey Asenov e la magica voce di sua moglie Zarina Zahkarieva Stankova. La strada era quella di Trento - non di Damasco - ma da quel giorno i due amici bulgari fanno ormai parte integrante della nostra "famiglia" e suonano stabilmente con noi. Sempre nello stesso giorno siamo rimasti tutti molto colpiti e commossi da una loro aria lenta (in Bulgaria vengono chiamate trapez) dal titolo Daniova mama, un episodio "devastante" di virtuosismo strumentale accanto ad un'intensità vocale particolarmente drammatica e struggente; da allora è diventata il "pezzo d'obbligo" in tutti i nostri concerti (sempre con sorprendenti ed infinite variazioni "bulgare"), e da allora Gianluigi Rocca l'ha voluta come commento musicale per tutte le sequenze relative alla sua pittura. Infine - sempre nello stesso giorno, davanti al grande falò tradizionale di Caderzone - ho provato a filmare i due bulgari nella scena centrale del film, quella relativa agli zingari musicisti e al grande amore gitano di Rocca: ne è uscita una sequenza intensa e suggestiva, forse la più riuscita di tutto il film... Strani, o forse meglio "destràni", destini...

Amarcord. Abbiamo già ricordato come destràni in dialetto trentino significhi nostalgia. Capita così che talvolta, al termine di qualche concerto, ci troviamo ad eseguire come bis o pezzo particolare un brano che non c'entra nulla con il nostro consueto repertorio, ma che risulta in qualche modo in relazione con il nome della nostra band: Amarcord, del grande Nino Rota. Inizialmente eseguivamo questo brano senza un particolare arrangiamento, trascinati dalla suggestione dei ricordi felliniani, e dalla bellezza intrinseca del tema. Nel corso del tempo si è aggiunta progressivamente qualche idea fino alla versione attuale che riportiamo nel CD, con un finale "speciale" che collega idealmente il brano di Rota alla suite klezmer attorno al tema di Bessarabia. Ancora strani, o forse "destràni" confini...
Renato Morelli