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Un vecchio adagio recita: “En trentin el tàse. Doi i brontola. Trei i canta”. Da qui l’attaccamento dei trentini al canto corale e la grande diffusione dei cori di montagna che hanno saputo riproporre al mondo il patrimonio dei canti tradizionali attraverso celebri armonizzazioni di grandi compositori.
Oggi quel vecchio adagio necessita forse di qualche aggiornamento o integrazione.
Da tempo infatti si registra un progressivo allontamento dei giovani dalla pratica del canto corale e da questo repertorio, che le generazioni di oggi hanno di fatto dimenticato.
Caduti in disuso i canti, si perdono inevitabilmente anche i relativi riferimenti alla vita tradizionale, ai temi dell’emigrazione etc., che ci riportano direttamente alle radici stesse della nostra identità e memoria storica.
Contestualmente si osserva una crescita significativa dell’educazione musicale e della pratica “stumentale”, con l’emergere di nuovi talenti nel campo jazzistico, klezmeretc, dovuto a scuole musicali, seminari, corsi di perfezionamento etc..
L’idea centrale del progetto Cantiere Destrani, segnatamente del CD Ballate Migranti, è dunque quella di creare un ponte ideale fra questi due “mondi”, che finora si sono ignorati reciprocamente. Un’idea nata contestualmente alla trasferta* in Australia del Cantiere, nel marzo 2006, in occasione della 9° National Trentini Convention a Wollongon, NSW.
Un’idea che da una parte intende proporre la riscoperta dei canti popolari trentini (selezionati in particolare dalle ricerche etnomusicologiche che ho effettuato “sul campo” a partire dagli anni Settanta), eseguiti da voci “esperte” con accompagnamento corale di tutto il
gruppo; dall’altra una riproposta di questo patrimonio in chiave innovativa, attraverso arrangiamenti inediti (elaborati dai più autorevoli jazzisti regionali e musicisti del settore) che utilizzano gli stilemi della musica jazz e klezmer.
Non si tratta solamente di inseguire una tendenza – per quanto “giovanile” e diffusa – ma anche di creare nuove sinergie musicali fra generi diversi, peraltro supportate anche da significativi legami di tipo filologico.
Prendiamo ad esempio il Klezmer– la musica popolare degli ebrei della diaspora ashkenazita - in apparenza così diversa e lontana dal nostro patrimonio etnofonico, in realtà molto più “vicina” qualora si rifletta su un solo dato storico: fino al 1918 il Trentino faceva parte integrante dell’impero austro-ungarico, e dunque aveva relazioni anche con quelle comunità dell’Europa centro-orientale (Galizia, Bucovina, Transilvania etc) dove è nata appunto la musica Klezmer. Relazioni di vario genere, ma soprattutto di emigrazione, sia stagionale (i Krumernmòcheni, i Pertegantitesini, i Pitoresfassani, i Molétadella Rendena
etc.) sia definitivo (come ad esempio la vicenda degli aisempònerie dei boscaioli della Val di Fiemme in Transilvania).
Segnatamente a queste coordinate storico-geografiche abbiamo già dedicato il nostro progetto Destràni (www.destrani.it). Per quando riguarda invece il Jazz potrebbero esistere legami altrettanto significativi: uno fra i quattro flussi migratori principali dal Trentino (a parte il già citato impero austro-ungarico, nonché l’America del sud e l’Australia) è proprio quell’America del nord dove all’inizio del ‘900 è nata la “nuova” musica jazz, sviluppatasi nell’ambito della comunità afromericana ma anche – come è ormai assodato – con il contributo determinante degli emigranti europei, ebrei ed italiani in particolare.
Il Jazz dunque (oltre ovviamente al Klezmer) è forse la novità più rilevante di questo progetto, soprattutto nella sue relazioni-innesti-contaminazioni con i canti tradizionali trentini.
Un progetto – non a caso – firmato dal “Cantiere” Destràni, una formazione che raccoglie musicisti provenienti da gruppi molto diversi fra loro (dal coro SOSAT ai Sax four fun, dagli Abies Alba al Tiger Dixie, dal liscio alle bande) oltre ovviamente ad alcuni componenti del Destràni “Taraf”.
“Non a caso” perché Cantiere, oltre a richiamare in qualche modo il canto, significa soprattutto un luogo dove si lavora e si costruisce, ma nello stesso tempo anche un laboratorio, un “work in progress”. Un gioco di parole insomma, all’insegna della sperimenatazione, della contaminazione, della ricerca.

Renato Morelli

www.renatomorelli.it